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Un uomo che vale 2 miliardi: merito di un coltellino svizzero

LUGANO – Per Forbes è un self-made man: “nato” nel 1995, assieme a Geox, Mario Moretti Polegato, 65 anni oggi, in poco più di vent’anni ha accumulato un patrimonio personale di quasi due miliardi di dollari, assicura la rivista americana. Al Lac per raccontare dell’«Industria italiana e le sfide dell’economia globale», ammette che sì, deve tutto a un coltellino svizzero. «Si chiamava Victorinox – ricorda – Era uno di quegli oggetti che si comprano così, e a quel tempo si portavano anche sugli aerei. Oggi sarebbe impossibile».

Signor Polegato, dunque la sua storia comincia con un debito di riconoscenza nei confronti della Svizzera? 

«Viva Victorinox. Mi ha portato fortuna».

In che senso?

«Ha creato Geox».

Com’è possibile?

«Ero nel deserto del Nevada, camminavo e i miei piedi soffrivano per il calore. Avevo le scarpe con la suola in gomma, così mi venne istintivo fare un buco nella suola destra e un buco nella suola sinistra. Fu un gesto spontaneo, come quando si ha sete e si beve dell’acqua. In quel momento ero solo contento, non pensavo di aver inventato qualcosa».

Nessun pentimento? Rovinare un paio di scarpe, lei che alle scarpe deve la sua fortuna… 

«Erano vecchie. Le ho ancora, divise fra l’Italia e un museo americano, perché ormai sono diventate una leggenda. Era la metà degli anni Novanta. Anziché buttarle, le misi in valigia e le le riportai in Italia, per studiare una tecnologia che permettesse la traspirazione e però proteggesse anche dall’acqua quando piove».

E come ci è arrivato?

«Ho pensato a tante cose, all’inizio. Ho pensato di mettere delle valvole, ho pensato di realizzare livelli differenti del buco. Poi sentii parlare di un materiale speciale, usato dagli astronauti, una membrana waterproof e breathable nel contempo. Ritornai in America per incontrare i fornitori. Con una scarpa forata e questa membrana all’interno chiesi e ottenni un brevetto. Fu l’inizio della famosa scarpa che respira. All’inizio però non venne capita».

Forse non l’aveva capita nemmeno lei: sulle prime non cercò di vendere il brevetto?

«Io volevo solo realizzare la mia idea a ogni costo. Sì, l’avrei venduta per pochi euro. Prototipo nella mano destra e documentazione nella mano sinistra, offrii questa tecnologia alle più importanti società del mondo che producono scarpe sportive. In Germania, America, altrove. Tutti i grandi marchi hanno avuto la possibilità di esaminare e comprare il mio brevetto. Incredibile: nessuno lo volle».

L’avesse venduto, che cosa penserebbe di se stesso oggi, a guardare “Geox” nella mani degli altri?

«Non so se starei bene o male. Bene perché avrei comunque la soddisfazione di vedere realizzata una cosa mia personale, che non riguarda la mia famiglia. Male perché oggi sono un imprenditore. In questo momento non ho tempo di fare altre innovazioni, detengo il 71% delle azioni di una società che dal 2004 è quotata in Borsa. È una grossa responsabilità. Mi devo dividere tra la direzione dell’azienda e il lavoro creativo nei laboratori di ricerca, dove investiamo il 2%».

Tutti quei “No” non la fermarono? Non le dispiacevano?

«Anziché rammaricarmi, trovai il coraggio di sfidare me stesso. La mia storia è iniziata come quella di Steve Jobs, in un garage di Montebelluno. Ho convinto quattro ragazzi a seguirmi e siamo partiti. Dopo poco tempo eravamo 40, poi 400. Oggi nel gruppo Geox operano 30mila persone. È la più grande azienda italiana nel settore lifestyle casual. Operiamo in un centinaio di Paesi, abbiamo 1’150 negozi Geox nel mondo e una riconoscibilità pari al 65%. Questo non significa che il 65% della gente ci compra, ma certo conosce il brand. Per questo siamo sicuri di avere ancora enormi potenzialità di crescita».

Ancora?

«Nel mondo, il 95% dei consumatori usa scarpe con la suola in gomma, il 5% sceglie il cuoio. C’è un problema d’igiene. E solo Geox possiede questa formula. Dopo vent’anni, nessuno ci ha copiati. Neanche i cinesi. Abbiamo saputo difendere i nostri brevetti». 

Come ci siete riusciti? 

«Geox non è solo un marchio. È una rivoluzione, anche nel concetto e nel fine. Il suo scopo è aiutare a vivere meglio». 

Quanto ha contato il fatto di essere un brand italiano?

«Il nostro successo è dovuto anche al fatto che siamo italiani, certo. Se un peruviano o un boliviano avesse inventato questa tecnologia, difficilmente avrebbe raccolto lo stesso risultato. Le scarpe italiane sono un un sogno per molte donne del mondo».

Eppure alle donne vi siete dedicati poco. Avete puntato più al comfort che all’eleganza: impossibile coniugarli?

«Geox produce da sempre scarpe per la famiglia. Ma quest’anno abbiamo fatto un grande investimento nello stile per la donna. Abbiamo assunto i migliori stilisti italiani per ampliare lo stile nel settore femminile. I nostri clienti oggi sono sorpresi: fino a poco tempo fa producevamo solo scarpe basiche, ora anche scarpe con il tacco».

Un sostenitore del comfort ai piedi che benedice il tacco? 

«La scarpa è anche un oggetto sensuale. E la donna ne è l’emblema. L’uomo compra in media due paia di scarpe a stagione, la donna dieci. Le abbina secondo il vestito e il momento». 

Perché alla donna siete arrivati solo adesso, dopo oltre vent’anni? 

«Il progetto era talmente grande che è stato faticoso anche arrivare dove siamo arrivati. Abbiamo dovuto procedere per gradi. Abbiamo deciso di cambiare anche i modi della comunicazione. Una volta c’era una pubblicità più aggressiva, ora è più raffinata. Abbiamo aggiunto un tocco di stile anche lì».

Una collega mi ha chiesto: “Domandagli perché non bada un po’ di più all’estetica della scarpe”. Che cosa le rispondo?

«Guardi qui. Sono alcuni modelli che abbiamo progettato per la donna. Queste hanno i tacchi. Ci sono anche gli stivali. E questi sono sandali invernali. Guardi che scarpe bellissime. Racconti alla sua collega cos’ha visto».

Le disegna lei?

«Le disegnano stilisti italiani, che provengono dal settore del lusso. Ma non è la sola novità. Abbiamo rinnovato anche i negozi. Sulle porte ci sono dei fori che alludono a quelli delle suole delle scarpe. Un sistema di ventilazione e purificazione dell’aria ti accoglie appena varcata la soglia. All’interno, le varie proposte tecnologiche sono suddivise in corner. Al centro invece c’è un tavolo, che noi chiamiamo education table, con dei monitor dove avere maggiori dettagli sui prodotti, scegliere le scarpe che piacciono e cambiarne il colore, dove fare ordini secondo le moderne tecniche del commercio. A terra ci sono dei mosaici con il tricolore. Potevamo non ricordare di essere italiani? C’è chi pensa che Geox non lo sia».

Sta scherzando?

«No. Perché Geox è un nome che va bene per tutte le lingue, anche se ciascuna la pronuncia in modo diverso. Anche a questo dobbiamo il nostro successo».

Da dove nasce il nome?

«È una provocazione. Geo vuol dire terra, perché il miglior modo di camminare è a piedi nudi nella terra. X sta per tecnologia».

Nel 1995, quando è nata Geox, lei aveva 43 anni. Dove si trova il coraggio di cambiare dopo i 40 anni?

«Io non lo chiamerei coraggio, ma incoscienza. Mi sono presentato a offrire le scarpe coi buchi e molti mi hanno cacciato dalla porta».

All’epoca era enologo. Non rimpiange il vino?

«La mia famiglia ancora lo produce. Abbiamo sette cantine, siamo i più grandi produttori di prosecco, con 40 milioni di bottiglie all’anno. Il 70% è commerciato fuori dall’Italia, con i marchi Villa Sandi e La Gioiosa. A dirigere è mio fratello Giancarlo». 

Le scarpe al posto del vino: una passione si “costruisce”?

«Sono una persona curiosa. È questa la mia passione».

Fortuna, intuizione, intraprendenza, marketing: a che cosa deve di più?

«Occorre tutto, ma alla base di tutto c’è la veridicità e la realtà di quel che si promette. Ci sono molti prodotti di successo che sono operazioni di marketing e hanno durata breve. Con la pubblicità si gestisce il successo, ma solo per un periodo limitato».

È vero che la prima cosa che guarda quando incontra qualcuno sono le scarpe?

«No, ma a volte vado negli aeroporti o nelle stazioni ferroviarie e guardo le persone camminare. Scopro molte cose che si potrebbero fare per aiutarle, per esempio se le vedo faticare mentre trascinano una valigia. E da lì mi vengono le idee». 

Dopo le scarpe, dopo l’abbigliamento, dobbiamo aspettarci altro?

«Io ho già ampliato il mio lavoro con lo scopo di essere utile alle persone. Ma in un altro senso. Insegno in università la proprietà intellettuale, cioè come si gestiscono le idee. Lo spiego ai ragazzi, lo faccio di cuore, senza ricevere nessun compenso. Molti ragazzi potrebbero fare delle cose bellissime, ma non sanno come».

Sente di avere una “missione sociale”?

«Abbiamo avviato diverse  operazioni sociali. Per esempio, facciamo lavorare i ragazzi con la sindrome di down, invece di limitarci a dare dei soldi agli istituti. Portiamo le pelli nei centri, loro le dipingono a mano e con queste costruiamo scarpe che vengono messe in commercio con il marchio Valemour, presente in alcuni dei nostri migliori negozi. Il progetto è partito in Italia e Spagna, magari verrà esteso anche alla Svizzera. Loro si sentono fieri di se stessi, ma la soddisfazione più grande viene dai genitori, che guardano in maniera diversa i propri figli. Ci sono altre iniziative. In Romania aiutiamo 150 bambini orfani con handicap, attraverso la fondazione Ponte del Sorriso. Abbiamo restaurato gli edifici, portato educatori e medici dall’Italia». 

A proposito di lavoro: parte delle sue scarpe sono prodotte dove il lavoro costa meno. 

«Noi siamo italiani. Italiane sono le scarpe, italiano il disegno, italiana la tecnologia, italiana la materia prima. L’assemblaggio viene fatto in outsourcing, in aziende italiane, europee e asiatiche, per un semplice motivo. La nostra distribuzione è mondiale e con aziende dislocate nel mondo possiamo essere più vicini e rapidi nella distribuzione». 

Qualcuno di recente l’ha anche accusata di offrire condizioni di lavoro non sempre eccellenti. 

«Siamo un azienda che dà fastidio a un mercato in crisi. Ci accusano di cose irreali, non è la prima volta. Abbiamo aperto una fabbrica in Serbia, in una zona dove c’era disoccupazione e fame. Nonostante ciò, qualcuno dice stupidaggini. Noi siamo perfettamente in regola, secondo la legge serba e secondo l’etica. Ospitiamo una volta al mese l’ispettorato del lavoro, gli straordinari sono controllati e lo stipendio è superiore del 20% al minimo legale. Già in passato alcune testate si sono dovute scusare, quando abbiamo dimostrato che avevano riportato il falso. Succederà ancora». 

Lei come si immagina la scarpa del futuro?

«Il futuro è il comfort, unito alla bellezza. Una volta la donna soffriva pur di apparire, adesso non è più così. La scarpa diventerà un accessorio innovativo, dal punto di vista dei materiali e del comfort. E connesso, naturalmente».

E come sarà venduta la scarpa del futuro?

«Attraverso tre canali: negozi monobrand, multibrand e e-commerce. Resto convinto che il negozio fisico non scomparirà. La gente continuerà a voler vedere, toccare, provare». 

A Lugano però lo scorso anno ne avete chiuso uno. Perché?

«Ogni chiusura fa parte di un piano di distribuzione che è legato a diversi fattori. Ma la Svizzera e Lugano rimangono per Geox mercati chiave». 

Ha un consiglio da dare ai nostri imprenditori?

«Abbiate il coraggio di assumere rischi. E non smettere mai di innovare».

 

 

 


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