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Affari e terrore: l’ISIS punta al Sahel

di Guglielmo Leone

 

Il precipitare degli eventi seguiti all’inizio della crisi libica del 2011 e di quella maliana del 2012 hanno agevolato la proliferazione dei traffici illeciti in tutta la regione del Sahel. Oltre al dilagare della jihad, come confermano i tantissimi attentati che si sono succeduti negli ultimi cinque anni.

Ultimo in ordine di tempo quello del 4 ottobre a Tongo Tongo in Niger, costato la vita a quattro militari statunitensi impegnati in operazioni di infiltrazione di formazioni estremiste. Un’ondata di terrore che, oltre a riguardare Paesi come Mali e Chad, culle storiche del terrorismo islamico, ha travolto Stati esenti da fenomeni jihadisti. 

Come il Burkina Faso, preso di mira con gli attentati della capitale Ouagadougou, in uno dei quali è morto anche un cittadino europeo (italiano) Misha Santomenna di appena nove anni, figlio del proprietario del locale “Cappuccino”. La porosità dei confini saheliani, inoltre, agevola l’osmosi di jihadisti da un Paese all’altro, e la creazione di porti franchi per i traffici illeciti, come ad esempio Agadez in Niger. 

l Mali è senza dubbio l’anello più debole della catena saheliana, un Paese fuori controllo. Dopo la rivoluzione libica ingenti quantitativi di armi sono stati lì contrabbandati agevolando la creazione di un movimento islamista ispirato al salafismo del Qatar, che ha portato all’insurrezione dell’Azawad.

 I tuareg ribelli si sono coalizzati con tribù del Nord, sostenendosi con gli arsenali libici e i canali finanziari islamici, ma dividendosi al Sud. Assieme al Chad, il Mali è stato a lungo roccaforte qaedista culla dei campi di addestramento, e sulla direttrice dei due Stati ha transitato un flusso ideologico e militare che ha pian piano mutato la mappatura dell’illegalità.

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