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Al vertice senza tensione


 Al vertice senza tensione

di GIOVANNI GALLI – I vertici fra Svizzera e UE – dal 9 febbraio 2014 ce ne sono stati ben otto – tendono ad essere caricati di aspettative eccessive, quasi che ogni occasione fosse buona per una mossa risolutiva o una svolta eclatante. Ma questi appuntamenti, solitamente di breve durata, servono tutt’al più a certificare lo stato dei rapporti bilaterali e a carpire gli umori di fondo. L’incontro di ieri a Berna fra la presidente della Confederazione Doris Leuthard (accompagnata da Ignazio Cassis e Alain Berset) e quello della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha confermato il clima di disgelo e di normalizzazione che si respira da aprile, quando è stato annunciato lo sblocco dei dossier congelati dopo la votazione sull’immigrazione di massa.
Stemperate le tensioni, Svizzera e Unione europea mostrano di voler proseguire a piccoli passi secondo un approccio volto a consolidare la via bilaterale e ad evitare soprattutto nuovi motivi di scontro. Rientrano in questo filone l’intenzione di stanziare senza contropartite un secondo miliardo di coesione e l’idea condivisa di trovare una soluzione entro la primavera sul controverso accordo quadro istituzionale.

Ufficialmente il nuovo contributo ai Paesi dell’Est non costituisce una merce di scambio. Si inserisce dopotutto nel solco di una politica di sostegno in atto dagli anni Novanta, rilanciata in votazione popolare nel 2006 con il primo miliardo e confermata ultimamente da Governo e Camere con tanto di base legale. Ma è sottinteso che la Svizzera, oltre agli obiettivi concreti che intende conseguire in questi Paesi – sarà sempre lei a gestire direttamente gli investimenti – voglia anche dare una dimostrazione di buona volontà in vista di altri dossier sull’accesso al mercato ancora in attesa di essere sbloccati a Bruxelles. Non a caso l’annuncio è stato dato in occasione della visita di Juncker. Nell’importo, oltre agli investimenti nella formazione, sono compresi 200 milioni di franchi da stanziare, a dipendenza delle necessità, anche nei Paesi più esposti ai flussi migratori, come la Grecia e l’Italia. In controluce è evidente la volontà di rafforzare la dinamica positiva che si è instaurata dalla scorsa primavera. Ma il fatto di non vincolare questo contributo ad una chiara contropartita è discutibile.

In febbraio Didier Burkhalter aveva detto in Parlamento di voler collegare la concessione di nuovi aiuti ad «atti concreti» a livello di negoziati sull’accordo quadro. Con quell’intervento l’ex ministro aveva creato aspettative su eventuali contropartite. Ieri però Leuthard non ne ha fatto cenno, limitandosi a sottolineare che è nell’interesse della Svizzera accedere a questi mercati e a mantenere buone relazioni con il suo principale partner economico. Su questo punto il Consiglio federale sarà sicuramente chiamato a fare chiarezza se vorrà evitare di trasformare il miliardo di coesione in un terreno di scontro, col rischio di indebolire la sua posizione.
La ritrovata sintonia con l’UE si riscontra anche nel nuovo approccio in fatto di accordo quadro sulle questioni istituzionali, sollecitato da Bruxelles per la ripresa del diritto europeo nelle intese bilaterali. In aprile Juncker aveva detto che entro l’anno si sarebbe giunti ad una soluzione. Così non è stato, ma tutto è stato rinviato senza drammi a primavera, su non meglio precisate nuove basi di discussione. Juncker ha definito il termine di «accordo quadro» una «parola orribile», preferendo parlare di «accordo di amicizia» e ha detto che si procederà all’insegna della flessibilità. Il nodo da sciogliere è sempre quello dell’autorità incaricata di dirimere i conflitti nell’adozione degli accordi bilaterali, con l’UE che predilige la Corte europea di giustizia e la Svizzera che punta a soluzioni che non ledano la sua sovranità. Ora c’è l’apertura di Bruxelles a studiare alternative.

Ma sulla necessità di questo accordo quadro, un dossier che Ignazio Cassis aveva definitivo avvelenato e sul quale aveva auspicato un «reset», il mondo politico resta diviso; c’è chi lo vorrebbe subito non intravedendovi nessun pericolo, chi non lo ritiene indispensabile e pensa che si possa vivere benissimo anche senza, e chi non lo vuole del tutto perché lo considera una forma di adesione strisciante all’UE. Politicamente questo accordo non è vendibile, anche perché il Governo per primo non è sembrato convinto della via sin qui seguita. Va bene tentare nuove piste, ma quello che serve, prima ancora di una cornice legale, è avere una strategia chiara su come proseguire sulla strada degli accordi bilaterali. A Cassis il compito di tracciare la via.


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