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“Il clima cambia? Non più del solito…”

di Gregorio Schira

La comunità scientifica è divisa e sta ancora discutendo sulle prospettive future. Ma la politica e i media considerano solo le ipotesi più tragiche (e meno probabili). Ne parliamo con Il climatologo Guido Guidi.

Negli ultimi tempi il cancan mediatico riguardante il surriscaldamento del clima sembrerebbe essersi lievemente affievolito. Cosa significa? È cambiato qualcosa? Le previsioni non sono più così catastrofiche?

Non direi che il dibattito si sia affievolito, anzi, gli ultimi mesi, dopo l’attenuarsi del clamore immediatamente successivo al raggiungimento di un accordo dal sapore molto diplomatico alla COP di Parigi, hanno visto una recrudescenza di accese discussioni in materia di clima.  Non tanto e non già negli ambienti puramente scientifici, dove la discussione prosegue con gli strumenti ad essa più congeniali (la ricerca e il confronto) quanto piuttosto in ambito politico e, per riflesso, ovviamente sui media. La ragione è presto detta, è cambiato l’orientamento di uno dei Paesi con maggior peso in termini di emissioni e di capacità di indirizzare le decisioni di molti altri Paesi, gli Stati Uniti. Dal punto di vista del livello di comprensione scientifica del problema nulla è cambiato, l’incertezza sul peso reale delle attività antropiche sulle dinamiche del clima resta quella che era, però è mutato l’approccio. L’atteggiamento precedente in pratica non teneva conto di questa incertezza in alcun modo, quello attuale la considera preponderante. 
Dunque il problema è politico-ideologico, non scientifico, e in quanto tale non riguarda, né dovrebbe interessare gli addetti ai lavori. Quanti di loro ritengono invece di dover dire la loro a questo riguardo, abbandonano il campo scientifico ed entrano in quello dell’attivismo, atto questo che è sicuramente una libera scelta, ma che rischia seriamente di minare la credibilità scientifica di quanti la prendono.  Circa le previsioni, il fatto che le si consideri catastrofiche è un portato dell’approccio che una parte di questo attivismo predilige trovando appoggio nella grancassa mediatica, sempre a caccia di notizie sensazionali. In realtà le proiezioni – che non sono affatto previsioni perché scaturiscono dall’accoppiamento tra scenari climatici, economici e sociali importando da ognuno di questi diversi livelli di incertezza e approssimazione – consistono in un ventaglio di possibilità che vanno da un impatto delle dinamiche del clima tutto sommato trascurabile e forse anche positivo, a situazioni che potrebbero avere serie implicazioni in termini di adattamento. Chissà perché si sente parlare sempre e soltanto di queste ultime, che sono quelle con minore probabilità di occorrenza, in ragione di un non meglio specificato principio di precauzione, che pure è legittimo, ma certamente non è scientifico.  Guardiamo, per esempio, alcuni dati recenti. Il ritorno di un El Niño tra i più potenti mai osservati – fenomeno di assoluta origine naturale – ha restituito una pendenza positiva al trend delle temperature medie superficiali globali, che era stato invece statisticamente non significativo dai primi anni di questo secolo. A seguire, come sempre accade con le oscillazioni delle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico, la temperatura media del Pianeta sta tornando velocemente a livelli pre El Niño, ed è probabile che al netto di questo episodio il trend torni a non essere statisticamente significativo e quindi largamente inferiore a quello prospettato dagli scenari climatici. Una volta di più, questo dovrebbe far riflettere sul peso che le dinamiche naturali hanno nelle dinamiche del clima, almeno con riferimento al breve medio periodo climatico, che poi è quello a cui ha senso guardare quando si parla di adattamento e resilienza.

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