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La Turchia prolunga lo stato d’emergenza

A meno di 24 ore dalla fine delle commemorazioni di massa per l’anniversario del fallito golpe, la Turchia prolunga ancora lo stato d’emergenza. L’estensione per altri 3 mesi delle misure straordinarie, in vigore già da un anno, ha ricevuto il via libera del Parlamento di Ankara con i voti dell’Akp del presidente Recep Tayyip Erdogan e dei nazionalisti del Mhp.

Arriva così il quarto rinnovo trimestrale di un regime che, secondo le promesse del governo stesso, sarebbe dovuto durare solo poche settimane. Contro il provvedimento si è schierata l’opposizione, che aveva chiesto un ritorno alla normalità e ora si dice pronta a scendere di nuovo in piazza, dopo i 25 giorni della “marcia per la giustizia” e la grande manifestazione di una settimana fa a Istanbul contro le maxi-purghe.

Sotto lo stato d’emergenza, oltre 50 mila persone sono già state arrestate e 110 mila licenziate o sospese dalle pubbliche amministrazioni. Solo oggi è entrata ufficialmente in funzione la Commissione incaricata di esaminare i ricorsi contro le epurazioni, destinata a essere travolta da decine di migliaia di richieste. L’ultimo bollettino del ministero degli Interni parla di 1’366 persone finite in manette nell’ultima settimana con accuse di terrorismo, la maggior parte (895) proprio per sospetti legami con la presunta rete golpista di Fethullah Gülen. Un giro di vite senza fine che nei giorni scorsi aveva colpito anche 10 attivisti per i diritti umani, fermati durante un seminario sulla sicurezza informatica a Istanbul. Tra questi, la direttrice di Amnesty International nel Paese, Idil Eser, apparsa oggi davanti ai magistrati. Per Erdogan, quel meeting aveva “la natura di una continuazione” delle cospirazioni di un anno fa.

Nel bagno di folla del fine settimana per celebrare la resistenza al putsch, il presidente turco ha rispolverato i toni di fuoco di un anno fa, riaprendo la discussione sulla reintroduzione della pena di morte, abolita definitivamente nel 2004 proprio da un suo governo. Ma lo spirito di unità nazionale della scorsa estate, quando l’idea venne avanzata per la prima volta, è ormai un lontano ricordo. Dopo aver portato centinaia di migliaia di persone in piazza a Istanbul per chiedere “giustizia”, il partito socialdemocratico Chp, principale forza di opposizione, ha in gran parte disertato le commemorazioni per il putsch. “C’è una grave mancanza di democrazia in questo Paese, qualcuno deve prendere un’iniziativa contro tutto questo. Il nostro scopo principale ora è di cacciare Erdogan dal suo palazzo”, ha detto il suo leader Kemal Kilicdaroglu, ribadendo la condanna del “tentativo di colpo di stato del 15 luglio” ma anche del “colpo di stato del palazzo”, che “ne ha tratto vantaggio” imponendo lo stato d’emergenza. Un regime che per l’opposizione ha danneggiato l’economia e accresciuto la polarizzazione di un Paese già spaccato in due.

(Ats)

 


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