Home / Cultura / L’uomo sovietico sopravvive alla fine del comunismo

L’uomo sovietico sopravvive alla fine del comunismo

di Claudio Mésoniat

 

Non so come meglio si sarebbe potuto riflettere su quel fatidico 1917, anno della rivoluzione russa. Non so come più efficacemente si sarebbero potuti commemorare i milioni di vittime della tragedia che prese inizio allora, con il più imponente tentativo storico di creare “scientificamente” l’“uomo nuovo”. Tragedia che non solo avrebbe attraversato l’intero secolo XX ma che per eterogenesi dei fini ha introdotto nella storia un germe di nichilismo i cui frutti impediscono ancora oggi la rinascita di un Paese a noi carissimo, la Russia, e di tanti altri Paesi ad essa vicini e lontani. La serata del 7 aprile ad Ascona, nell’ambito degli Eventi letterari che vanno sotto il titolo “I luoghi dell’utopia”, non poteva aiutarci a ricordare in modo più realistico, drammatico e commovente i cento anni dall’avvento di un’utopia ideologica, quella comunista, il cui fascino ha catturato generazioni di uomini e donne e continua, sommessamente, ad ammaliare con la sua nobiltà di intenti e al di là dei suoi esiti devastanti non pochi intellettuali. 

La scrittrice e il professore

Agli organizzatori degli Eventi (collegati, com’è noto, al Festival del cinema locarnese) è riuscito il colpo di portare sulle rive del Verbano Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura del 2015. Colei che ha raccolto il testimone dalle mani di Aleksandr Solgenitsin, l’autore di Arcipelago Gulag, per dare seguito all’immane opera di memoria della tragedia sovietica, in un Paese che non vuole ricordare. E per un gioco di inviti non so quanto calcolato, qualche ora prima, nello stesso luogo -l’inelegante ma capiente prefabbricato di fortuna allestito ad hoc in Piazza Elvezia- i non molti curiosi accorsi ad Ascona già nel tardo pomeriggio, hanno avuto l’occasione di ascoltare in contrappunto proprio uno di quegli intellettuali “nostalgici”, uno dei pochi, Luciano Canfora, che non temono di sfidare le evidenze della storia dichiarandosi pubblicamente comunisti. Un colpo al cerchio e uno alla botte, da parte dei registi della manifestazione? Lo pensavo, mentre mi recavo ad Ascona, lo confesso. Durante lo svolgersi degli eventi ho cambiato parere e al termine della serata non ho potuto non ringraziare dentro di me gli organizzatori per aver osato il temerario accostamento. Sulla breve conferenza di Canfora, abile e colto affabulatore, solo due righe (qui diamo spazio alla serata con Aleksievic, vero evento tra gli Eventi, ma sull’opera del classicista pugliese proveremo a tornare in altra sede). Canfora ha ripreso quasi alla lettera i temi sviluppati nei suoi due recenti volumi La crisi dell’utopia. Aristofane contro Platone (2014) e La schiavitù del capitale (2016). Nelle sue parole nessun “negazionismo” dei crimini staliniani (ne era stato accusato in passato), ma solo la strenua apologia di quel “bisogno di utopia” che deve animare ogni epoca e società, soprattutto come desiderio di piena uguaglianza tra gli esseri umani. Concordiamo (chiamandola magari “speranza”). Di fronte a quella donna che poco dopo avrebbe acceso un lume sui patimenti inenarrabili del proprio popolo, non poteva però non impressionare la salita sugli specchi dell’intellettuale europeo che ha voluto inneggiare ai «grandi diritti» proclamati dalla «grande costituzione sovietica» del 1918.

Una serata memorabile

Svetlana Aleksievic ha conversato per più di un’ora con un giornalista della «NZZ», Andreas Breitenstein. Se vi state chiedendo perché diamine si debba tenere in lingua tedesca un incontro culturale di tale portata in Ticino, ponete mente alla ridente località locarnese che lo ospitava e al capitale che essa rappresenta nel Cantone per il turismo germanofono, avventizio e stanziale. A buon conto, non sono bastate le complicate triangolazioni in simultanea tra lingua russa, tedesca e italiana a impedire il forte impatto della testimonianza di Aleksievic sul fortunato pubblico presente. E il collega svizzero tedesco, serio e preparato, ha saputo condurre l’intervista con intelligenza. Senza vacillare e senza inacidirsi, neppure quando quell’umile e fortissima donna ha usato toni un po’ canzonatori verso di lui. Del resto la Aleksievic (sempre modesta, pur avendo venduto 4 milioni di copie in Occidente) aveva adottato da subito un registro quasi famigliare, cordiale ma molto sincero con l’intervistatore. Esempio. La forma letteraria adottata dalla premio Nobel nei suoi libri è quella, da lei inventata, del “racconto corale”: dopo aver registrato centinaia di interviste con persone comuni, sia vittime che carnefici dei drammi sovietici, ne comprime poeticamente alcune decine, in un montaggio di voci lasciate scorrere sulla pagina “al naturale”. Domanda Breitenstein: «Come seleziona i suoi personaggi? Con quale strategia?». E l’Aleksievic: «Lei è sposato, vero? Bene: come reagirebbe se le chiedessi come ha selezionato sua moglie? Che strategia ha usato?». Tra le inevitabili risate del pubblico, la signora Svetlana ci ha fatto comprendere d’acchito che il suo lavoro letterario è fondato su una premessa esistenziale, semplice ma decisiva: l’incontro tra persone. Incontro, per lei significa andare disarmata alla scoperta dell’umanità che il testimone, chiunque esso sia, condividerà con lei, aperta e disponibile a lasciarsi sorprendere e cambiare da quella comunicazione profonda. Sorge la domanda: che cosa ha a che fare tutto ciò con la letteratura?

Ma questa è letteratura?

Domanda posta, puntualmente, dall’intervistatore. Alla quale la scrittrice ha risposto senza tanti complimenti: «Mi stupisce questa domanda, in Russia me la sarei aspettata, perché là si sta andando… indietro (l’Aleksievic, che scrive in russo, non viene pubblicata in Russia e i critici letterari di regime sostengono che i suoi libri non siano letteratura ma “pubblicistica di propaganda”, ndr). Ma voi dovreste comprendere che, seguendo la realtà che cambia, anche l’arte deve cambiare; lo fanno la musica, la pittura eccetera; e perché la letteratura non dovrebbe cercare nuove forme espressive? L’Accademia svedese tenta di cogliere le voci nuove, la rottura delle forme: ecco perché hanno premiato un Bob Dylan. Ma la letteratura resta fedele a se stessa e ai suoi compiti». Una consapevolezza estetica che Breitenstein, in realtà, aveva anticipato nell’introduzione alla serata, parlando del “nuovo genere letterario” che prende forma dalle opere dell’Aleksievic. E l’autrice di Preghiera per Cernobyl (libro con il quale suggerisco al lettore di entrare nella sua opera), dopo aver puntualizzato che il suo non è lavoro di storica o di giornalista, ha rivendicato: «Io non faccio interviste, parlo della vita», aggiungendo: «Se non sapessi cogliere i bagliori della luce che emana da valori metafisici, allora sì che finirei nel giornalismo. Oltre all’aspetto sociale c’è un aspetto eterno dell’uomo, che non voglio perdere». E mentre compone i cori di questo grandioso epos russo-sovietico, ha detto, «io ne sento la musica». È pur vero che l’Aleksievic è una scrittrice prestata dal giornalismo. Un giornalismo alla Politkovskaja, il suo, sgradito ai Putin e ai Lukashenko del momento e pagato con la vita o l’esilio; un mestiere che non rinnega: «Ma quando lavoravo nel giornale», ha raccontato ad Ascona, «io volevo capire fino in fondo le cose della vita che mi interessano, anche la morte, la paura della morte, le idee, gli ideali…». E si immerge, per 40 anni, nell’indagine sull’“utopia rossa”. Vuole documentare l’umanità ferita dell’homo sovieticus, scandagliandola –è stato detto- «con infinita tenerezza». «Ma io non invento nulla», chiarisce con forza, «anche quando da 100 pagine di intervista nel libro ne resta una». Nei “romanzi corali” che hanno vinto il Nobel, ogni voce resta ben netta: non la grande storia ma le singole storie, non il collettivo del mito sovietico ma il singolo io, fragile, davanti al suo destino.

Se Putin reincarna Stalin

E l’epoca post sovietica? Non ha dovuto faticare, il nostro Breitenstein, per indurre la scrittrice a scoprire le carte in proposito. Carte già messe in tavola, del resto, fin dal titolo del suo ultimo libro, Tempo di seconda mano, datato 2013. Non solo la delusione atroce, perché “dopo vent’anni tutto è come prima”, ma più dolorosamente la costatazione che «se ieri eravamo dissidenti dal potere, oggi noi intellettuali siamo in dissenso col nostro popolo». Svetlana traccia il percorso da Eltsin a Putin con molta amarezza: «All’inizio ci fu un tentativo di democrazia, oggi c’è di nuovo la paura, come sotto Stalin. A Mosca non si può parlare di Kirill (il Patriarca), non si può parlare di Putin, non si può parlare della Crimea…, a Minsk (in Bielorussia, dove vive la scrittrice), le squadracce di Lukashenko ti bastonano per la strada». Dunque l’homo sovieticus continua a vivere, le si chiede? «Il 90% dei russi sta con Putin. Putin è forse l’uomo nuovo? No, è la nuova incarnazione dell’homo sovieticus. Pensavamo che la gente avrebbe letto Arcipelago Gulag, i Racconti di Kolyma di Salamov… e invece non li ha letti. Sono più interessati ai nuovi 20 modelli di frigorifero arrivati sul mercato». Prendiamone coscienza: dopo aver “esportato” in Russia l’ideologia di Marx ed Engels, dissoltasi l’URSS noi occidentali abbiamo esportato il nostro consumismo, che per giunta è durato poco, perché oggi i frigoriferi sono tornati vuoti (colpa di USA ed Europa, spiega Putin ai concittadini). Perché allora la gente segue il “nuovo Stalin” (che chiude i pochi musei del Gulag aperti dopo il 1991 e li sostituisce con un malcelato rimpianto dell’epoca staliniana)? Qui si apre un duplice discorso di enorme portata culturale e sociale, cui possiamo solo accennare.

Il mito della Grande Russia

«L’idea della Grande Russia sembra inestirpabile», rivela con tristezza Aleksievic. «Quella della russicità, della “missione della Russia” è una radice culturale profonda dell’animo russo, da cui non fu del tutto libero neppure il grande Dostoevskij e con la quale neppure l’Ortodossia ha fatto i conti fino in fondo. Chi sa evocarla in una qualche variante, come fa Putin, si garantisce il favore della gente… e il potere». L’altro fattore si chiama damnatio memoriae. Il comunismo sovietico cancellava ogni traccia di crimini, soprusi e mattanze: del destino di vittime e carnefici nessuno poteva sapere nulla, a cominciare dalle famiglie cui essi appartenevano. «Per questo», spiega Svetlana, «le persone e il popolo russi non hanno potuto elaborare il lutto di una tragedia durata 70 anni». I tedeschi hanno avuto Norimberga e hanno poi impiegato decenni per la purificazione della memoria. «Noi no, e ormai abbiamo lasciato passare troppo tempo. Nonostante il lavoro intrapreso con i miei cinque libri, devo costatare che ora è troppo tardi». Un esempio, di dantesco orrore, collegato alla carestia indotta da Stalin in Ucraina, che provocò 8 milioni di morti tra i contadini riottosi alla collettivizzazione: «Ricordo che da giovane ne parlai una volta a mia nonna», rabbrividisce Aleksievic, ucraina per parte di madre: «Mi disse “sta zitta, lì c’è una donna che si cibò dei propri figli per sopravvivere”». 

 

 


Source link

About tioggiadmin

Check Also

La guerra dei cavalli al trotto

PARADISO – “È proibito far correre cavalli nel paese di più del mezzo trotto”: recitava …