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Van De Sfroos: «In Ticino? Mi sento come a casa»

LUGANO – Ieri in mattinata il cantautore comasco è passato a trovarci in redazione…

Davide, cosa vuoi anticipare a coloro che assisteranno al tuo show?

«Ovviamente, non potrà diventare un altro San Siro, ma a Bellinzona riporteremo un po’ di quel mondo. I Luf, questo storico gruppo folk-rock della Brianza, saliranno sul palco anche questa volta: apriranno la serata e poi ci accompagneranno nella prima fase dello spettacolo. La seconda, invece, sarà dedicata a sonorità un po’ più blues-rock…».

Torniamo a San Siro… Vuoi fare un bilancio?

«È stato tuffo cosmico che mi ha fatto rivedere tutta la mia vita artistica davanti a 20mila persone. La responsabilità, nel contempo, che ti porti sulle spalle nei mesi d’attesa – sei in questo caso – può essere però anche un po’ destabilizzante…».

Qual è la prima cosa che hai pensato quando ti sei ritrovato sul palco?

«Dopo aver sognato quell’istante mille volte, alla fine ho controllato l’audio. Volevo avere la sicurezza di poter “timonare” molto bene il vascello…».

Raccontami del tuo rapporto con il Ticino…

«Il mio rapporto con il Ticino è in continua progressione… I De Sfroos incominciarono il loro viaggio, la loro storia, partendo qui… Umberto Savolini – giornalista musicale nel quale poi noi abbiamo riposto tutta la nostra gratitudine – ci vide suonare in riva al lago a Porlezza e, oltre consentirci di fare le prove nel suo garage, ci sdoganò in Svizzera, al New Folk Festival: per tre giorni suonammo nelle piazze principali della città di Lugano, finendo, poi, addirittura, in Piazza Riforma… Poi partì la “De Sfroos follia”: il bambino, l’adulto e il nonno cantavano “La curiera”, “Zia Luisa”, “Kamell” e “Manicomi”. Nel contempo, prese forma un sodalizio, un rapporto, che mi fece capire quanto al Ticino interessasse il dialetto, questa lingua che non è per forza da relegare in un cassetto dei ricordi o in una serie B».

Ti senti anche un po’ ticinese, quindi?

«Mi sento un gradito ospite… E questo mi fa sentire come a casa…».

Parliamo delle band ticinesi, con cui da sempre hai un ottimo rapporto… I Vad Vuc, ad esempio, li hai visti crescere…

«E con i Vad Vuc è cresciuto anche il loro approccio con i testi, con le storie… La canzone “Caro dottore”, dove Cerno mette a nudo una sua vicenda non facile, è un piccolo grande capolavoro di poesia personale: sono pochi coloro che si mettono in gioco così tanto e in questo modo, perché il rischio è quello di finire il baratro dell’autocommiserazione. Invece i Vad Vuc sono riusciti a mettere a punto un brano generazionale, di cose che capitano a tanta gente…».

Cosa pensi dei talent?

«In tanti hanno una voce pazzesca, ma molti, pur essendo dei geni, non vengono nemmeno recepiti, perché magari – in un contenitore come un talent – si preferisce qualcuno più trendy o più in linea con i gusti del momento… Da una parte è stato esaltante ascoltare tanti giovani con così tante capacità, dall’altra è stato un po’ triste vedere la loro delusione… Ragazzi, questi, comunque, che non possono essere scartati dalla musica, e loro stessi, nel contempo, devono capire che un talent non è la mano di Dio…».

Qual è il primo album che hai comprato?

«Ti dico i primi quattro: “Making Movies” (Vertigo, 1980) dei Dire Straits, “The Game” (Emi, 1980) dei Queen, “Scary Monsters and Super Creeps” (Rca, 1980) di David Bowie e “Hawks and Doves” (Reprise, 1980) di Neil Young».

E l’ultimo?

«Potrà sembrare strano, ma è di un gruppo death metal francese, i Gojira…».  

Stai lavorando al tuo prossimo disco?

«Ho delle canzoni nuove che sto elaborando e ritoccando di giorno in giorno… Con “Padre Mazinga” – il singolo uscito prima di San Siro – dovrebbero confluire in un lp…».

Info: davidevandesfroos.com

Prevendita: biglietteria.ch


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