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“I gioielli della Corona sono nelle mie mani”

Se i gioielli della Corona inglese sono al sicuro all’interno della Torre di Londra il merito è tutto italiano. Per la precisione, di un’azienda lombarda leader mondiale negli allestimenti dei musei. A capo di questo gigante c’è Alessandro Goppion, figlio del fondatore Nino e principale artefice della trasformazione di una media impresa a conduzione familiare in una realtà da venti milioni di euro l’anno di fatturato, 50 dipendenti diretti, oltre 200 collaboratori, che ormai lavora in tutto il mondo.

Il vostro lavoro è di grandissima responsabilità. Quando vi affidano un’opera cosa fate?

«Il primo passo è un’analisi approfondita dei rischi relativi all’oggetto. Se, per esempio, dobbiamo allestire un’esposizione di gioielli la nostra priorità è garantire la sicurezza delle teche. Se invece si tratta di un documento antico dobbiamo realizzare supporti che lo conservino in modo adeguato, proteggendolo dagli agenti atmosferici come per esempio l’umidità. In un secondo momento si passa alla realizzazione vera e propria».

Le vostre teche conservano alcune fra le opere più importanti del pianeta. Qual è stato l’oggetto più difficile da proteggere?

«Mi vengono in mente in particolare due esempi. Sicuramente una pagoda risalente al Neolitico trovata sott’acqua. Era antichissima e delicatissima, quindi è stata particolarmente complessa da trattare. Ma sono altrettanto impegnativi gli oggetti in carta e le pergamene, come per esempio l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. In questo caso le vetrine devono essere progettate in modo da proteggere le opere dai raggi ultravioletti e da mantenere all’interno un tasso di umidità relativa sempre stabile per evitare la comparsa di muffe. Difficili sono anche i libri antichi e i manoscritti, così come le opere in metallo, visto che il ferro è facilmente soggetto a ossidazione».

Finora avete realizzato allestimenti nei musei più belli del mondo. Ma ce n’è qualcuno al quale si sente legato?

«Posso dire di aver amato in particolare tre luoghi, che si trovano tutti negli Stati Uniti. Mi sento molto legato, per esempio, al progetto del Cooper Hewitt di New York, che fa parte del circuito Smithsonian ed è il museo nazionale del design Usa. Allo stesso modo adoro il Museum of fine arts di Boston per il quale abbiamo curato tutto il rinnovamento sulla base del progetto dell’architetto britannico Lord Foster. Infine posso citare il Museo nazionale di storia e cultura afroamericana di Washington. Per me è in assoluto in più bello grazie ai suoi contenuti e ai significati simbolici e politici».

Finora ha citato tre importantissimi musei americani. Possibile che non ce ne sia neanche uno italiano?

«Naturalmente ci sono anche in Italia esempi bellissimi e importanti, ai quali sono legato sia professionalmente sia da un punto di vista umano. Sicuramente fra questi c’è la Pinacoteca di Brera. E poi c’è Firenze con i musei Galileo e Opera del Duomo, entrambi davvero molto belli. Infine posso citare, a Torino, il museo Egizio».

Durante la sua carriera ha curato l’allestimento di opere e oggetti importantissimi, dalla Gioconda alla Venere di Milo. Senza dimenticare il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci e il leggendario Stradivari Messia, il violino più prezioso del mondo. Qual è, secondo lei, la più bella. Quella alla quale si sente maggiormente legato?

«È molto difficile fare una classifica quando si tratta di capolavori di incommensurabile valore. Quindi posso solo esprimere un giudizio personale, sulla base di un gusto molto soggettivo. Trovo bellissima una riproduzione in stoffa di Guernica, per la prima volta esposta permanentemente nel rinnovato museo di Unterlinden a Colmar, in Alsazia. Poi sicuramente amo molto uno degli Ecce Homo dipinti da Antonello da Messina. Infine non posso tralasciare un documento importantissimo: la Convenzione di Ginevra per il miglioramento della sorte dei feriti in campagna del 1864, che rappresenta il vero atto fondante della Croce Rossa internazionale. Attualmente è custodita in una speciale vetrina, nel museo internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa di Ginevra, progettata dalla nostra azienda per permettere ai visitatori di leggere le sei pagine che compongono l’atto. Infine merita una citazione il vestito di Rosa Parks, attivista simbolo dei movimenti per i diritti civili degli afroamericani negli Stati Uniti, conservato in una nostra teca nel Museo nazionale di storia e cultura afroamericana di Washington».

C’è un sogno ancora da realizzare?

«In tutto il mondo ci sono ancora tantissime opere che ci piacerebbe mettere in sicurezza e far ammirare. Attualmente stiamo lavorando su una Bibbia di Lutero molto importante. Ma il vero sogno è essere coinvolto in progetti che riguardano la tutela del patrimonio delle popolazioni meno abbienti. Ci sono moltissime comunità in Africa e Sud America proprietarie di oggetti bellissimi e antichissimi. Oggetti che un museo potrebbe tutelare, sia dal punto di vista della sicurezza sia sotto il profilo identitario. Ecco, mi piacerebbe occuparmi di questi tesori ancora nascosti».

Perché in Italia lavorate pochissimo?

«Erroneamente si pensa che nel nostro Paese sia concentrata la maggior parte dell’arte e della cultura mondiale. Questo discorso è vero solo in parte. È vero se si pensa ai resti dell’antica Roma, al Rinascimento, al Barocco, al Romanico e al Gotico, per fare alcuni esempi. Ma l’arte e la cultura del nostro pianeta non si fermano qui. L’estero è ricchissimo di opere appartenenti a epoche e culture diverse. Basti pensare all’immenso patrimonio presente in Cina, in estremo Oriente e in Medio Oriente. O ancora all’arte contemporanea che si può ammirare negli Stati Uniti. E poi manca una reale volontà politica di investire nel campo della cultura».

Questo la fa arrabbiare?

«Provo più dispiacere che rabbia. Da italiano non posso ignorare che sia un peccato immenso prestare così poca attenzione al nostro patrimonio. Stati Uniti e Gran Bretagna invece lavorano molto proprio su questo aspetto».

Cosa manca al nostro Paese per eccellere rispetto agli altri?

«Nonostante tutto in Italia ci sono molte eccellenze, a partire dagli istituti per la conservazione delle opere, che sono fra i migliori al mondo. A volte vedo lo sperpero di milioni di euro quando invece basterebbe un piano strategico per ottenere grandi risultati».

Cosa pensa quando vede i graffiti incisi sui muri del Colosseo o gli antichi palazzi di Pompei che crollano?

«Trovo tutto questo agghiacciante. Come la maggior parte degli italiani, provo un senso di disorientamento».

Il confronto con l’estero è impietoso, vero?

«Basta semplicemente andare a prendere un aperitivo in Svizzera per rendersi conto della differenza. Secondo me, la mancanza di rispetto nei confronti della cultura, così evidente nel nostro Paese, significa assenza di rispetto verso i cittadini e verso chi quella cultura e quell’arte l’ha creata, lasciandocela poi in eredità».

Se potesse esprimere un desiderio per il nostro Paese, da un punto di vista artistico e culturale, cosa chiederebbe?

«Mi piacerebbe molto che fosse finalmente realizzato un museo della storia d’Italia. Possibile che ancora non ci sia uno spazio che al suo interno unisca un patrimonio che ha origini così composite e diverse? Io credo che un progetto del genere sia urgente e che dovrebbe partire subito».

Lei ha lavorato in tutto il mondo. Quali sono i Paesi che valorizzano meglio la propria cultura?

«Penso che in assoluto le due nazioni più efficienti siano Francia e Gran Bretagna. Hanno capito da tempo che per distinguersi ed essere preponderanti devono avere radici forti. Proprio per questo hanno investito, e continuano a investire molto sulla cultura. E non mi riferisco solo ai musei o alla valorizzazione delle opere d’arte. Ma anche alla scuola e all’università».

Del resto, proprio la cultura in questi tempi difficili può diventare anche uno strumento diplomatico forte…

«È proprio così. Basti pensare che proprio Francia e Gran Bretagna sono impegnate in moltissimi progetti di diplomazia culturale all’estero, a cominciare dai Paesi islamici. La classe politica sa benissimo che sapere è potere. E che può diventare un modo per dialogare e per sedare i conflitti».


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